NUMERO 0.1 - Febbraio 2017

Il sacro, oltre i confini di Monika Bulaj

  • foto © Monika Bulaj

    Una ragazza prepara il fuoco alla vigilia del Natale di Maometto. Siamo a Bale, nel cuore del pellegrinaggio sufi in Etiopia. Maoled, in arabo libico, mulid in arabo egiziano, è il compleanno del Profeta, festeggiato in tutto il mondo musulmano nel dodicesimo giorno del mese lunare di rabi' al-awwal, “primo autunno”. Etiopia 2013

    Mi piace pensare che ci sono luoghi e momenti in cui il sacro rompe i confini. Luoghi e momenti dove ebrei, cristiani e musulmani rivelano la loro appartenenza comune. Lo vedi nel trapasso tra ombra e luce, nelle danze fino all’estasi, nelle masse che oscillano come distese di alghe nel mare. Lo intuisci nelle cantilene, nei sospiri, nelle genuflessioni, nello sgranar di rosari. Luoghi, gesti, abbigliamenti, luci, percorsi che svelano analogie fra monoteismi e mostrano tutta la potenza di un unico Verbo.
    Sono anni che viaggio nelle sacre periferie delle genti del Libro. Il calendario dei miei spostamenti tra Gibilterra e l’Afghanistan – un’agenda che perfeziono anno dopo anno - segue le ore elette e le stagioni, gli anniversari della nascita e della morte dei santi o dei profeti, misteri, solstizi ed equinozi che annodano il tempo e svelano una trama di sorprendenti parallelismi.
    E cosi, nel 2015, per la prima volta negli ultimi 457 anni, i musulmani hanno festeggiato il loro “Natale” (il compleanno del Profeta Maometto) nella stessa notte in cui i cristiani hanno celebrato la nascita di Cristo. Era il secondo mulid del 2015: l’anno liturgico dei musulmani, governato dalla Luna, corre più veloce di quello cristiano. Sono tornata a Meknes, nel cuore del sufismo maghrebino, sulla tomba di un santo del Cinquecento di nome Issa, che in arabo vuol dire Cristo. Berberi dell’Atlante, paralitici di Fez, avvocati di Casablanca, segretarie e studenti di Rabat, musicisti della corte reale - per tre giorni e tre notti si erano affollati fraternamente nel cortile stracolmo, avevano danzato, cantato, dormito, mangiato. Polizia e agenti in borghese davano la caccia non tanto ai borseggiatori, quanto agli ultras dell’Islam, agli ottocenteschi wahabiti atterrati nel ventesimo secolo farciti di bombe e petrodollari, per condurre una guerra santa contro le tombe, gli alberi, le biblioteche e la musica. E di nuovo l’ho sentito. Il canto natalizio musulmano non assomigliava a pastorali e ninnenanne, ma era un sensuale e struggente pianto d’amore celeste, un poema mistico ricco di simbolismo erotico. Il Cantico dei Cantici. Nel profumo di resina bruciata ed acqua di rose, parlava della separazione dall’Amato. Fu allora che ricordai tutti i natali musulmani, la loro magia lontana e vicina: riti dionisiaci, grida d’uccelli delle menadi, esplosioni di petardi e bengala, rulli di tamburi, sospiri, rapimenti, pianti. Fu forse proprio per resistere all’incanto della notte di Betlemme che un califfo decretò la nascita del Profeta come festa popolare. Del resto — e oggi pare così strano ricordarlo — le due religioni si sono rispecchiate l’una nell’altra nei secoli a suon di melodie ed usanze, e si sono prestate poesie e riti come i buoni vicini si prestano il sale.

  • Alla tomba del santo
    Una tomba bianca nel mezzo delle colline desertiche, dove su muli ed asini, a piedi o in pullman, arrivano da lontano, persino dalla Somalia, per cantare ad un santo del Trecento, venerato dalla tribù Arsi. All’alba del Natale del Profeta, gli uomini vestiti di bianco corrono sul deserto con rami d’albero. Un bosco in cammino, poi bruciato tra canti, estasi e danze. Etiopia 2013

    foto © Monika Bulaj

  • La sacerdotessa
    Sui monti dell'Atlante marocchino il Natale musulmano raduna musicisti e scatena ritmi legati all’Africa Nera. La terra è disseminata di tende di gente che arriva da tutto il Paese con animali da sacrificare nel nome di Aisha, la maga ribelle che fu, nella leggenda, la moglie più amata dal Profeta. Nera è la sacerdotessa che la incarna, nera la pietra del sacrificio, neri i vestiti, nera la pelle dei musicisti, nera la magia come la notte in cui tutto avviene. Marocco 2015

    foto © Monika Bulaj

  • I custodi della “baraka”
    Attorno al santo Issa la ressa è impressionante. Donne dappertutto, mescolate agli uomini, molte con capelli sciolti. Cravatte sotto le gellaba, vestaglie sui pigiami, fagotti legati con corde, valigioni a rotelle griffati, trucchi e tacchi a spillo, piedi nudi. Mendicanti coi campanelli, musicisti con turbanti color albicocca, confraternite mistiche in mantelli di lana bianca e morbida, pantofole dorate a punta. Sono, mi dicono, i discendenti del santo, custodi della tomba e massimi depositari della “baraka”, la grazia divina tanto cercata. Marocco 2004

    foto © Monika Bulaj

  • Il primo ballo
    Ragazzine e bambine spinte dalle madri al loro primo ballo da sole, mistico e travolgente fino allo svenimento. Il Natale musulmano del 25 dicembre 2015 in Marocco.

    foto © Monika Bulaj

  • Le processioni con la zurna
    Tripoli oggi esce lentamente dal sonno, intontita dagli scoppi notturni. Sotto il sole cocente esplode in nuovi suoni: i tamburi già familiari, il tremolare della zurna, l'onnipresente oboe arabo, il nostalgico maluf, canto d’Andalusia. Medina si popola delle numerose processioni degli adepti delle confraternite, accompagnate, lungo le strette viuzze tra le antiche mura, dall’abbraccio amoroso degli abitanti. Ogni corteo ha il proprio stile musicale e ritmico, ed i propri estimatori. Libia 2001.

    foto © Monika Bulaj