NUMERO 0.2 - Giugno 2017

Egitto, la simbiosi antica tra islam e cristianesimo di Monika Bulaj

  • foto Monika Bulaj

    In Egitto, se vuoi liberarti dal male, è dai cristiani che devi andare. I musulmani lo sanno. Il popolo cerca la Croce, Maria Vergine, San Giorgio e soprattutto i santoni della chiesa copta. E’ questa promiscuità millenaria, sconosciuta all’Occidente e alla Chiesa di Roma, che gli attentatori hanno voluto colpire. Per arrivare ai santuari cristiani il popolo d’Egitto sfida i suoi stessi tabù, entra nel luogo più contaminato del Cairo, Muqattam, il quartiere cristiano dove si ruminano i rifiuti della metropoli, un Acheronte dalle rive putrefatte che si spande fin sul Nilo come il respiro di un dormiente. Lì dentro, i cristiani d'Egitto selezionano gli avanzi delle cucine cairote, sacchi di plastica, bucce di melone contese dai ratti, le capre e i bambini.
    Qui, sotto una gigantesca roccia, opera il più grande esorcista del Cairo. Il suo nome è Abuna Semaan. In mezzo a un semicerchio di coristi che innalzano inni, lui caccia i diavoli, ridà la fertilità alle donne sterili e fa camminare i paralitici. Grida, spruzza acqua sul viso degli indemoniati che lanciano urla disumane, vanno in convulsione, svengono. Poi li copre con un velo, posa su di loro una croce d’avorio e sussurra segrete formule; e tutto avviene su un palco, davanti a centinaia di persone, amplificato da altoparlanti. Per battere i diavoli l'Egitto cerca i cristiani, e la domanda è tale che il Papa dei copti, la Chiesa di San Marco, il barbuto Shenouda Terzo, ha scritto un manuale di lotta ai demoni a uso dei monaci.
    Muqattam è un inferno che solo di notte finge di essere città vera, con luci di botteghe, camicie bianche e brillantina negli uomini, ancheggiare di donne su tacchi a spillo tra sterco di asini e pipì di bambini. Gli unici maiali del Cairo razzolano qua, e con loro i macellai che li squartano, accanto ai manifesti della Sacra Famiglia. Nel ghetto dei copti i simboli della fede si ostentano senza paura. Enormi croci scolpite, tatuaggi sui polsi degli uomini e delle donne. Qui, nel segno di Cristo, la spazzatura diventa alchimia molecolare, trasfigurazione, ricchezza e al tempo stesso divisione di classe. I più poveri selezionano il marciume, i meno poveri separano bottiglie o pezzi di plastica da trasformare in malsano combustibile, i più facoltosi vendono carta, metalli, mobili e tessuti.
    Ma Maria Vergine abita anche fuori, nel labirinto della città vecchia, sul retro dell'università Al Azhar, in un passaggio di asini e cammelli, tra i vicoli dove un astioso imam tuona sulle schiene di centinaia di uomini nella moschea. Anche qui, governa l’odore. Il monastero a lei dedicato lo trovo solo seguendo una vena di profumo d'incenso, inatteso nel fumo dei kebab e la puzza di orina. Mi prende con un incantesimo di resina e foreste, mi conduce per mano sul retro di un altissimo muro senza finestre, né segni, né croci né scritte. Trovo una minuscola porta che dà su che una buia scala piena di fumo aromatico, che scende, tra rigagnoli di sorgente, fino alle catacombe dei cristiani d'Egitto.
    Scendo ancora, entro in un'altra tempesta acustica, estranea all’urlo onnipresente dei muezzin in superficie. Prima i ventilatori che tagliano i raggi di luce come scimitarre; poi i novizi che cantano a voce altissima inni quasi militari; poi la preghiera di centinaia di fedeli in un labirinto di cunicoli simile alle grotte dell'antico culto mitraico. Intorno, il lampo di una decina di schermi moltiplica immagini di devozione. In quegli stessi schermi, un giorno di Pasqua di un anno fa, ho visto, ripetuta all'infinito, l’immagine di un gigantesco martello che batteva il cuore di Gesù, chirurgico, come in un'ecografia, fino a fargli sprizzare sangue in un'aureola di fulmini.
    La più grande metropoli africana, con le sue migliaia di minareti, è cresciuta attorno a nuclei cristiani come questo, figli di una fede che non si arrende, sotterranea, militante e miracolistica. E' il mondo dei copti, antico di secoli più dell'Islam. Un popolo di otto milioni di anime sotto assedio. Il confronto non potrebbe essere più diretto che qui, nel quartiere musulmano attorno all'università di Al Azhar, tra i più duri del Cairo, culla dell’integralismo islamico, ostile anche ai fedeli più illuminati dell’Islam, come i Sufi e le loro confraternite di canto e danza.
    I monaci d'Egitto si alzano alle tre, quando si svuotano i battelli dei night club sul Nilo, si tirano sulle teste cappucci neri con dodici stelle, si salutano tra loro sfiorandosi le mani che poi alzano alla fronte in segno di rispetto. Per sopravvivere ai secoli duri dell'Islam conquistatore, si sono nascosti nelle catacombe e negli eremi del deserto, poi sono riemersi all'inizio del XIX secolo portandosi dietro sapienze antichissime come mla botanica. Alcuni di loro vagano nel deserto, per esercitare la Siah, che vuol dire ubiquità ed è un momento della strada all'ascesi.
    Ed ecco il monastero del patriarca Bula, forse il più antico dell’umanità, poco lontano dalle rive del Mar Rosso, roccaforte isolata nel vento del deserto. Lì dentro i monaci vivono nel terrore di un assalto di estremisti islamici, eppure accolgono pellegrini musulmani che si mettono in coda per farsi miracolare dal vecchio e malato Abuna Fanaus; colui che da solo – negli anni più bui – difese questo luogo sacro. E poi la chiesa di San Giorgio al Cairo, con le sue catene taumaturgiche al cui tocco guariscono i malati di ogni fede. E’ questa simbiosi antica che gli estremisti islamici hanno voluto colpire.

  • I monaci del Monastero San Paolo eremita

    foto © Monika Bulaj

  • L’igumeno Antonio Ruwais, il priore del monastero San Antonio

    foto © Monika Bulaj

  • La benedizione

    foto © Monika Bulaj

  • Sufi egiziani praticano le danze sacre e il dhikr, il ricordare Dio, simile ai mantra buddisti e indù. Siamo al Cairo durante il mawlid per l’imam Hussein, nipote del Profeta.

    foto © Monika Bulaj

  • Una ragazza musulmana chiede la fertilità ad un monaco copto al Cairo

    foto © Monika Bulaj

  • Donne copte e musulmane al Cairo

    foto © Monika Bulaj